giovedì 12 febbraio 2026

GIOVEDÌ DELLA V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Mc 7,24-30


In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.

Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.

Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia».

Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n'era andato.



San Francesco di Sales, Sermone X, 224, “Le tre qualità della fede” •


Perché la fede sia grande, deve avere tre qualità: deve essere fiduciosa, perseverante e umile.

«Signore —dice la donna—, abbi pietà di me, perché mia figlia è terribilmente tormentata dal demonio». Che grande fiducia! Ella crede che, se il Signore avrà pietà di lei, sua figlia sarà guarita. Non dubita né del suo potere né della sua volontà, perché esclama: «abbi pietà di me». Come a dire: so che sei pietoso con tutti e non dubito che, se ti chiedo pietà, la concederai; e non appena la concederai, mia figlia sarà guarita.

Il difetto maggiore delle nostre preghiere e di tutto ciò che ci accade è infatti che la nostra fiducia è debole. Da qui nasce il fatto che non meritiamo di ricevere l’aiuto come lo desideriamo o lo chiediamo.

La seconda qualità della fede è la perseveranza. La nostra donna cananea, vedendo che il Signore non le rispondeva e sembrava non prestare attenzione alla sua richiesta, non smise di gridare: «Figlio di Dio, abbi pietà di me». Fino a quando gli Apostoli gli dissero: «Signore, ascoltala, perché non smette di gridare dietro di te».

Perseveriamo nella preghiera in ogni tempo, perché anche se il Signore sembra non ascoltarci, non è perché voglia disprezzarci, ma per costringerci a gridare più forte e così farci percepire meglio la grandezza della sua misericordia.

La terza qualità della fede è l’umiltà. Quando il Signore disse a questa donna: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini», ella non si offese, ma rispose: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini si nutrono delle briciole che cadono».

Questa umiltà fu così gradita al nostro Salvatore, che le concesse tutto ciò che chiedeva, dicendo: «Donna, grande è la tua fede: sia fatto secondo il tuo desiderio». È vero che tutte le virtù sono molto gradite a Dio, ma l’umiltà gli è particolarmente cara, e sembra che non possa resisterle.

mercoledì 11 febbraio 2026

BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES

Mc 7,14-23


In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro».

Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.

E diceva: «Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo».



Dalle «Lettere» di sant’Ambrogio, vescovo

   

   Come dice l’Apostolo, colui che per mezzo dello Spirito fa morire le opere del corpo, vivrà. Nessuna meraviglia che viva, perché chi ha lo Spirito di Dio diventa figlio di Dio. È figlio di Dio, e conseguentemente non riceve uno spirito da schiavi, ma uno spirito da figli adottivi. Per questo lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E la testimonianza dello Spirito Santo consiste nel fatto che è proprio lui che grida nei nostri cuori: «Abbà, Padre!», come è scritto nella lettera ai Galati (Gal 4, 6). Quella testimonianza, poi, che siamo figli di Dio è veramente grande: perché siamo «eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Rm 8, 17). Coerede di Cristo è colui che partecipa alla sua gloria; ma partecipa alla sua gloria solo chi, soffrendo per lui, partecipa alle sue pene.

   Per esortarci alla sofferenza, aggiunge che tutto quello che soffriamo è inferiore e non paragonabile al premio riservato a chi sopporta tali pene. Grande infatti sarà la mercede di beni futuri che si rivelerà in noi, quando, riformati sull’immagine di Dio, meriteremo di contemplare la sua gloria faccia a faccia.

   Per esaltare, poi, la grandezza della rivelazione futura, afferma che anche la creazione, ora sottomessa alla caducità non per suo volere, ma nella speranza di essere liberata, attende con impazienza la liberazione dei figli di Dio. Essa spera da Cristo la grazia che spetta alla sua funzione. Anch’essa sarà liberata dalla corruzione e ammessa alla libertà della gloria dei figli di Dio. Ci sarà un’unica libertà, quella della creazione e quella dei figli di Dio, allorquando sarà manifestata la loro gloria. Frattanto, mentre tale manifestazione viene procrastinata, tutta la creazione geme nell’attesa della gloria della nostra adozione e della nostra redenzione. Sospira fin d’ora di dare alla luce quello spirito di salvezza e brama di essere liberata dalla schiavitù della caducità. Il concetto è chiaro. I fedeli, che possiedono le primizie dello Spirito, gemono interiormente aspettando l’adozione a figli. L’adozione a figli è la redenzione di tutto il corpo mistico. Si verificherà quando esso vedrà Dio, sommo ed eterno bene, quasi fosse tutto suo figlio adottivo. L’adozione a figli si ha però già ora nella Chiesa del Signore poiché già ora lo Spirito grida: «Abbà, Padre!», come si legge nella lettera ai Galati (Gal 4, 6). Ma essa sarà perfetta solamente quando tutti quelli che meriteranno di vedere il volto di Dio risorgeranno incorruttibili, splendidi e gloriosi. Allora la creatura umana potrà dirsi davvero liberata. Perciò l’Apostolo si gloria dicendo: «Nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8, 24). Ci salva infatti la speranza, così come ci salva la fede, della quale è detto: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 18, 42).

martedì 10 febbraio 2026

SANTA SCOLASTICA, VERGINE - MEMORIA

Mc 7,1-13

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.

Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».

Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:

"Questo popolo mi onora con le labbra,

ma il suo cuore è lontano da me.

Invano mi rendono culto,

insegnando dottrine che sono precetti di uomini".

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: "Onora tuo padre e tua madre", e: "Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte". Voi invece dite: "Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio", non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. 

Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».



San Tommaso da Kempis, Imitazione di Cristo - “Sei ciò che sei”. Libro II, capp. 5–6. •


A volte ci accorgiamo della nostra grande cecità. Agiamo male e troviamo mille scuse. Spesso sono le passioni a muoverci, e cerchiamo di far passare il nostro comportamento come frutto di un giusto zelo. Correggiamo le piccole mancanze degli altri e ci permettiamo di cadere in colpe gravi. Siamo pronti a giudicare e a condannare gli errori altrui, ma non facciamo attenzione a non essere di peso agli altri.

Chi giudicasse se stesso con rettitudine non avrebbe più il coraggio di giudicare severamente gli altri. Il cristiano guarda anzitutto alla propria vita, e chi vigila sulle proprie azioni si guarda bene dal criticare il comportamento altrui. Non diventerai mai un uomo interiore se non ti sforzi di tacere riguardo alle cose del prossimo per occuparti prima di tutto di te stesso.

Chi ama Dio non si attacca a ciò che è al di sotto di Dio, perché solo Dio — eterno, infinito — riempie tutto, sostiene l’anima ed è la vera gioia del cuore.

Riposerai serenamente se il tuo cuore non ti rimprovera. Non rallegrarti se non quando fai il bene. I malvagi non hanno mai una gioia vera e non conoscono la pace interiore, perché dice il Signore: «Non c’è pace per i malvagi» (Is 57,21). È facile che sia sereno e tranquillo chi ha la coscienza pulita.

Non sei più santo perché gli uomini ti lodano, né più misero perché ti disprezzano. Tu sei ciò che sei; e per quanto gli uomini possano stimarti, davanti a Dio non puoi essere più grande di quello che sei. Se guardi a ciò che sei dentro di te, non ti preoccuperai di ciò che gli altri dicono di te. L’uomo vede l’apparenza, ma Dio guarda il cuore (1 Sam 16,7).

lunedì 9 febbraio 2026

​Lunedì della V settimana del tempo ordinario

Mc 6,53-56


In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.

Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.

E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.



Santa Teresa di Gesù, dottore della Chiesa (s. XVI) “Cammino di perfezione” cap. 34 •

Quando Gesù viveva sulla terra, bastava toccare le sue vesti perché i malati fossero guariti.

Perché allora dubitare che, se abbiamo fede, continui anche oggi a compiere opere di grazia in nostro favore, quando nella comunione eucaristica è unito a noi in modo così intimo? Perché non dovrebbe concederci ciò che gli chiediamo, se si trova nella sua stessa casa? Il Signore non ricompensa mai male l’ospitalità che gli offriamo nel profondo della nostra anima, quando l’accoglienza è sincera.

Vi rattrista forse non poter contemplare il Signore con gli occhi del corpo? Accettate che, per ora, non è ciò che più ci è dato.

Ma quando il Signore vede che un’anima può trarre vero beneficio dalla sua presenza, allora si lascia incontrare. Non sarà una visione con gli occhi del corpo, ma una manifestazione interiore, fatta di luce, di pace profonda, o di altri segni che solo il cuore riconosce.

Restate dunque volentieri con lui. Non lasciate passare un momento così prezioso per affidargli ciò che vi sta più a cuore, soprattutto nell’ora che segue la comunione.

domenica 8 febbraio 2026

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A

Mt 5,13-16

 

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».



«Voi siete la luce del mondo». La luce disperde l’oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono ancora nel mondo e nelle singole persone. È compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Gesù e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dalle nostre «opere buone» (v. 16). Un discepolo e una comunità cristiana sono luce nel mondo quando indirizzano gli altri a Dio, aiutando ciascuno a fare esperienza della sua bontà e della sua misericordia. Il discepolo di Gesù è luce quando sa vivere la propria fede al di fuori di spazi ristretti, quando contribuisce a eliminare i pregiudizi, a eliminare le calunnie, e a far entrare la luce della verità nelle situazioni viziate dall’ipocrisia e dalla menzogna. Fare luce. Ma non è la mia luce, è la luce di Gesù: noi siamo strumenti perché la luce di Gesù arrivi a tutti. (Francesco - Angelus, 9 febbraio 2020)

sabato 7 febbraio 2026

SABATO DELLA IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Mc 6,30-34

 

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.



«Il riposo proposto da Gesù non è una fuga dal mondo, non è un ritirarsi nel benessere personale; al contrario, di fronte alla gente smarrita Egli prova compassione. E allora dal Vangelo impariamo che queste due realtà – riposo e compassione – sono legate: solo se impariamo a riposare possiamo avere compassione. Infatti, è possibile avere uno sguardo compassionevole, che sa cogliere i bisogni dell’altro, soltanto se il nostro cuore non è consumato dall’ansia del fare, se sappiamo fermarci e, nel silenzio dell’adorazione, ricevere la Grazia di Dio. Perciò, cari fratelli e sorelle, possiamo chiederci: io mi so fermare durante le mie giornate? So prendermi un momento per stare con me stesso, stare  con il Signore, oppure sono sempre preso dalla fretta, la fretta per le cose da fare? Sappiamo trovare un po’ di “deserto” interiore in mezzo ai rumori e alle attività di ogni giorno?». (Francesco - Angelus, 21 luglio 2024)

venerdì 6 febbraio 2026

SANTI PAOLO MIKI, PRESBITERO, E COMPAGNI, MARTIRI – MEMORIA

Mc 6,14-29

 

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».

Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l'aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.

Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell'esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.

E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.



Dalla «Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni» scritta da un autore contemporaneo


   Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani» (Sal 30, 6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre nostro e l’Ave Maria.

   Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano».

   Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all’estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento.

   Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori.

   Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechistica; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo.

   Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.

   Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù! Maria!» e, quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.