sabato 7 marzo 2026

SABATO DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA

Lc 15,1-3.11-32


In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 

Ed egli disse loro questa parabola: 

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».



Anzitutto far festa, cioè manifestare a chi si pente o è in cammino, a chi è in crisi o è lontano, manifestare la nostra vicinanza. Perché bisogna fare così? Perché questo aiuterà a superare la paura e lo scoraggiamento, che possono venire dal ricordo dei propri peccati. Chi ha sbagliato, spesso si sente rimproverato dal suo stesso cuore; distanza, indifferenza e parole pungenti non aiutano. Perciò, secondo il Padre, bisogna offrirgli una calda accoglienza, che incoraggi ad andare avanti. (…) Quanto bene può fare un cuore aperto, un ascolto vero, un sorriso trasparente; fare festa, non far sentire a disagio! Il padre poteva dire: va bene figlio, torna a casa, torna a lavorare, vai nella tua stanza, sistemati, e al lavoro! E questo sarebbe stato un perdono buono. Ma no! Dio non sa perdonare senza fare festa! E il padre fa festa, per la gioia che ha perché è tornato il figlio. E poi, secondo il Padre, bisogna rallegrarsi. Chi ha un cuore sintonizzato con Dio, quando vede il pentimento di una persona, per quanto gravi siano stati i suoi errori, se ne rallegra. Non rimane fermo sugli sbagli, non punta il dito sul male, ma gioisce per il bene, perché il bene dell’altro è anche il mio! E noi, sappiamo vedere gli altri così? (Francesco - Angelus, 27 marzo 2022)

venerdì 6 marzo 2026

VENERDÌ DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA

Mt 21,33-43.45-46


In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

 


San Ireneo di Lione, vescovo e martire (II sec.) • La vigna del Signore. "Contro le eresie". IV, 36, 2-3. SC 100.


Dio piantò la vigna dell’umanità, dapprima per mezzo della plasmazione di Adamo e della elezione dei Padri; poi la consegnò ai coloni per mezzo della legislazione mosaica; la cinse di siepe, cioè delimitò la terra che dovevano coltivare; vi costruì una torre, cioè scelse Gerusalemme; vi scavò un frantoio, cioè preparò un ricettacolo per lo Spirito profetico; e così mandò i profeti prima dell'esilio in Babilonia e dopo l'esilio ne mandò altri in maggior numero dei primi a chiedere i frutti e dire loro: "Così dice il Signore onnipotente: raddrizzate le vostre vie e le vostre opere" (Ger 7, 3); "praticare la giustizia, esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo fratello, non opprimete la vedova, l'orfano, il pellegrino, il misero, e nessuno in cuor suo ricordi la cattiveria del suo fratello" (Zac 7, 9-10).

"Lavatevi, purificatevi, togliete la malizia dai vostri cuori dinanzi ai miei occhi, cessate dal fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, sollevate l'oppresso, fate giustizia all'orfano, difendete la vedova. Poi venite e contendiamo insieme, dice il Signore (Is 1, 16). E ancora: "Preserva la tua lingua dal male e le tue labbra dal parlar con frode. Evita il male e fa' il bene, cerca la pace e procura di conseguirla" (Sal 33, 14- 15).

Predicando questo i profeti domandavano il frutto della giustizia. Ma quelli non credettero, e perciò alla fine mandò il Figlio suo, il Signore nostro Gesù Cristo, che i cattivi coloni uccisero e cacciarono fuori della vigna. Perciò Dio la consegnò - non più delimitata ma estesa in tutto

il mondo - ad altri coloni che gli rendono il frutto al loro tempo. La torre dell'elezione è stata innalzata e risplende dappertutto, perché dappertutto è splendente la Chiesa; dappertutto è stato scavato il frantoio, perché dappertutto ci sono quelli che ricevono lo Spirito di Dio.

Perciò il Signore diceva ai suoi discepoli, per farci diventare buoni operai: "Attendete a voi stessi e vegliate in ogni tempo, affinché i vostri cuori non siano aggravati dalla crapula, dall'ubriachezza e dalle preoccupazioni della vita, e che quel giorno non cada all'improvviso su di voi, poiché piomberà come un laccio su tutti coloro che si troveranno sulla faccia della terra (Lc 21, 34-36). "Abbiate sempre i fianchi cinti e le lucerne accese, e siate simili ad uomini che aspettano il loro Signore" (Lc 12, 35-36).

giovedì 5 marzo 2026

GIOVEDÌ DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA

Lc 16,19-31


In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma".

Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi".

E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».



Papa Francesco - Santa Marta 25 febbraio 2016


Siamo sul tracciato della riflessione portata avanti nei giorni precedenti quando si parlava della «religione del fare» e della «religione del dire». Lo spunto viene dato dai due personaggi evangelici: l’uomo ricco, descritto come uno che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e che ogni giorno si dava a lauti banchetti. Una caratterizzazione anche un po’ forzata che vuole, cioè, mostrarci una persona che aveva tutto, tutte le possibilità. Di fronte a lui c’è un povero, di nome Lazzaro che stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Questa scena solleva una domanda cruciale: Sono un cristiano che segue la via della menzogna, delle semplici parole, o sono un cristiano che segue la via della vita, cioè dei fatti, dell’azione?

Quell'uomo ricco era un uomo di fede, che aveva studiato la legge, conosceva i comandamenti e che sicuramente tutti i sabati andava in sinagoga e una volta all'anno al tempio; insomma: proprio un uomo che aveva una certa religiosità. Allo stesso tempo dal racconto evangelico emerge come egli fosse anche un uomo chiuso, chiuso nel suo piccolo mondo, il mondo dei banchetti, dei vestiti, della vanità, degli amici. Chiuso nella sua bolla di vanità, costui non aveva capacità di guardare oltre e non si accorgeva di cosa accadesse fuori del suo mondo chiuso. Ad esempio, non pensava ai bisogni di tanta gente o alla necessità di compagnia degli ammalati, pensava invece solo a se stesso, alle sue ricchezze, alla sua buona vita: si dava alla buona vita. Era un uomo religioso, apparente. Di fatto, un perfetto esempio della religione del dire.

Il ricco epulone non conosceva alcuna periferia, era tutto chiuso in se stesso. Eppure proprio la periferia era vicina alla porta della sua casa, ma lui non la conosceva. Percorreva la via della menzogna, perché si fidava solo di sé stesso, delle sue cose, e non si fidava di Dio. Così, morendo non ha lasciato eredità, non ha lasciato vita, perché soltanto era chiuso in se stesso.

Un’aridità di vita sottolineata da un particolare: parlando di quest'uomo il Vangelo non dice come si chiamava, soltanto dice che era un uomo ricco. Dettaglio significativo, perché quando il tuo nome è soltanto un aggettivo, è perché hai perso: hai perso sostanza, hai perso forza. Allora di qualcuno si dice: questo è ricco, questo è potente, questo può fare tutto, questo è un prete di carriera, un vescovo di carriera. Succede spesso che siamo portati a nominare la gente con aggettivi, non con nomi, perché non hanno sostanza. Questa era la realtà del ricco del racconto odierno.

E sorge spontanea la domanda: Dio che è Padre, non ha avuto misericordia di questo uomo? Non ha bussato al suo cuore per commuoverlo? Sì, l'ha fatto. Ma sì, era alla porta, era alla porta, nella persona di quel Lazzaro. Lazzaro, lui sì che aveva un nome. Quel Lazzaro con i suoi bisogni e le sue miserie, le sue malattie, era proprio il Signore che bussava alla porta, perché quest’uomo aprisse il cuore e la misericordia potesse entrare. E invece il ricco non vedeva, era chiuso e per lui oltre la porta non c’era niente.

In questo tempo di Quaresima, è bene sollecitarci con alcune domande: Io sono sulla strada della vita o sulla strada della menzogna? Quante chiusure ho nel mio cuore ancora? Dove è la mia gioia: nel fare o nel dire? La mia gioia è nell'uscire da me stesso per andare incontro agli altri, per aiutare, oppure la mia gioia è avere tutto sistemato, chiuso in me stesso?.

Chiediamo al Signore la grazia di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore, e di uscire da noi stessi con generosità, con un atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore.

mercoledì 4 marzo 2026

MERCOLEDÌ DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA

Mt 20,17-28 

 

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».

Risponde Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse ei capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».



Il messaggio del Maestro è chiaro: mentre i grandi della Terra si costruiscono “troni” per il proprio potere, Dio sceglie un trono scomodo, la croce, dal quale regnare dando la vita. (…) La via del servizio è l’antidoto più efficace contro il morbo della ricerca dei primi posti; è la medicina per gli arrampicatori, questa ricerca dei primi posti, che contagia tanti contesti umani e non risparmia neanche i cristiani, il popolo di Dio, neanche la gerarchia ecclesiastica. Perciò, come discepoli di Cristo, accogliamo questo Vangelo come richiamo alla conversione, per testimoniare con coraggio e generosità una Chiesa che si china ai piedi degli ultimi, per servirli con amore e semplicità. La Vergine Maria, che aderì pienamente e umilmente alla volontà di Dio, ci aiuti a seguire con gioia Gesù sulla via del servizio, la via maestra che porta al Cielo. (Papa Francesco, Angelus, 21 ottobre 2018)

lunedì 2 marzo 2026

LUNEDÌ DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA

Lc 6,36-38


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.

Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».



Giuliana di Norwich , mística (XIV sec.) • Rivelazioni dell'Amore Divino, c. 48.

"Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso." (Lc 6,36)


La base della Misericordia è l'Amore, e il compito della Misericordia è di custodirci costantemente nell'amore. Ciò mi fu rivelato in modo così esplicito, che io non avrei potuto concepire l'opera della Misericordia e il suo compito nel mondo se non unicamente quale espressione di amore; beninteso, secondo il mio modo di vedere. La misericordia è una dolce, santa attività dell'amore, unita ad un'infinita pietà; la misericordia agisce, vigilando su di noi e volgendo per noi ogni cosa in bene. La misericordia, per amore, permette talvolta che venga meno in noi la luce divina; e allora secondo il grado della nostra debolezza, cadiamo più o meno profondamente nel peccato e secondo la gravità della nostra colpa, moriamo spiritualmente; poiché ci occorre morire in misura adeguata al nostro fallo ed alla privazione della vista e della luce di Dio, che è vita nostra.

La privazione di grazia è terribile, la nostra caduta vergognosa, la morte che ne risulta, infinitamente dolorosa; ma in tutti questi frangenti il dolce sguardo d'amore e di pietà non si distoglie da noi, né cessa l'attività della misericordia di operare in noi. Considerando le proprietà della misericordia e le proprietà della grazia, vidi che entrambe lavorano, in modi diversi, per un unico amore. La misericordia è la proprietà pietosa inerente allo spirito Materno del tenero amore; la grazia è la proprietà adorabile, inerente alla regale Sovranità dello stesso amore. La misericordia opera in noi, vigilando, tollerando, incitando, e sanando per infinita tenerezza di amore. La grazia opera in noi rialzandoci, ricompensandoci, colmandoci dei suoi doni, con una generosità di molto superiore a tutti i meriti che ci siamo acquistati col nostro travaglio ed il nostro ardente desiderio, palesando apertamente a tutte le creature l'abbondante, altissima liberalità della regale Sovranità di Dio, nella sua mirabile condiscendenza; questo avviene per l'infinita abbondanza del medesimo amore. La grazia trasforma la nostra terribile aridità, in somma, infinita consolazione; la nostra caduta obbrobriosa, in nobile, dignitosa riabilitazione; la nostra penosa morte, in santa, radiosa vita.

Inoltre mi resi perfettamente conto che, mentre la nostra perversità ci procura dolori, vergogna e pene, la grazia lavora per noi in cielo, ove ci prepara altrettanta consolazione, onore e felicità. E queste sorpasseranno di gran lunga ogni nostra sofferenza terrena, e quando saremo ammessi in cielo e riceveremo la dolce ricompensa che la grazia tiene pronta per noi, ringrazieremo e benediremo Nostro Signore per la Sua generosità e ci rallegreremo eternamente di tutte le sofferenze patite sulla terra. Così sarà, in virtù di una benedetta proprietà dell'amor Divino, proprietà che conosceremo riunendoci a Dio, e che ci sarebbe per sempre rimasta ignota se non avessimo attraversato questa vita di dolore. Vedendo tutte queste cose mi toccò di ammettere che la misericordia di Dio ed il Suo perdono servono a placare e a dissipare la nostra ira.

domenica 1 marzo 2026

​II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A

Mt 17,1-9


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».



Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

   Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve.

   Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo.

   Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo.

   Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8, 18). In un altro passo dice ancora: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 3. 4).

   Ma, per confermare gli apostoli nella fede e per portarli ad una conoscenza perfetta, si ebbe in quel miracolo un altro insegnamento. Infatti Mosè ed Elia, cioè la legge e i profeti, apparvero a parlare con il Signore, perché in quella presenza di cinque persone si adempisse esattamente quanto è detto: «Ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (Mt 18, 16).

   Che cosa c’è di più stabile, di più saldo di questa parola, alla cui proclamazione si uniscono in perfetto accordo le voci dell’Antico e del Nuovo Testamento e, con la dottrina evangelica, concorrono i documenti delle antiche testimonianze?

   Le pagine dell’uno e dell’altro Testamento si trovano vicendevolmente concordi, e colui che gli antichi simboli avevano promesso sotto il velo viene rivelato dallo splendore della gloria presente. Perché, come dice san Giovanni: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1, 17). In lui si sono compiute le promesse delle figure profetiche e ha trovato attuazione il senso dei precetti legali: la sua presenza dimostra vere le profezie e la grazia rende possibile l’osservanza dei comandamenti.

   All’annunzio del vangelo si rinvigorisca dunque la fede di voi tutti, e nessuno si vergogni della croce di Cristo, per mezzo della quale è stato redento il mondo.

   Nessuno esiti a soffrire per la giustizia, nessuno dubiti di ricevere la ricompensa promessa, perché attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita. Avendo egli assunto le debolezze della nostra condizione, anche noi, se persevereremo nella confessione e nell’amore di lui, riporteremo la sua stessa vittoria e conseguiremo il premio promesso.

   Quindi, sia per osservare i comandamenti, sia per sopportare le contrarietà, risuoni sempre alle nostre orecchie la voce del Padre, che dice: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).

sabato 28 febbraio 2026

SABATO DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA

Mt 5,43-48

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?

Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».



Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del "porgere l’altra guancia" (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della "rivoluzione cristiana", una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico. La rivoluzione dell’amore, un amore che non poggia in definitiva sulle risorse umane, ma è dono di Dio che si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei "piccoli", che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita. (Benedetto XVI - Angelus, 18 febbraio 2007)